Era più o meno all’epoca di quando la vita aveva il sapore di quegli inizi o di quegli incontri che avrebbero dovuto segnarla per sempre, cioè di quando si poteva a buon diritto pretendere che le delusioni fossero brucianti, ma uno potrebbe limitarsi anche a dire di quando si poteva a buon diritto pretendere, e basta. Un tempo che aveva la grazia di una sigaretta offerta tenendo il pacchetto con il lato del marchio a favore dell’obiettivo in un film a budget limitato, in cui non si faceva economia di eccedenze e le righe si guardavano più spesso dal di sopra. Ovviamente si parla di un orizzonte degli eventi che ancora non si era accorciato, come è normale che sia. Perché man mano che il fruscio delle onde su cui siedo come passeggero alla deriva rimanda l’eco sempre più chiaro del frangersi, allora diventa più nitida l’impressione di un avvicinamento. A cosa? Ma abbiamo lasciato cadere una premessa. L’età dell’oro di cui si accennava al principio. In quell’epoca, si diceva, le ore del sonno mi mostravano, in casi fortunati, approdi favolosi. Mi era chiaro che la definitiva certezza della mia permanenza in quei luoghi, li mutava in luoghi di appartenenza. Mi è capitato di ripensare a quelle visioni a palpebre serrate e di essermi spesso sorpreso a domandare a nessuno: «fammi tornare». Col sonno dei giorni, inseguire il gettone della luce fin quando scioglie oro sul vetro dell’acqua, sul pelo liquido della sfera. Man mano che si consuma, siamo alle spalle dell’alba. A quel punto cercare di ritornare a sognare, fin quando l’orizzonte stesso non è che un piano di sfere nel vuoto, ognuna contenente a sua volta un piano che la taglia a metà e ognuna ruotante in maniera indipendente dalle altre. In questo modo, pur trovandoci su un piano, non è garantita una convergenza dei piani all’interno delle singole sfere che possa assicurare l’ipotetica continuità di un livello.

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