Si svegliò in una posizione scomposta che lo faceva sembrare un animale investito e guardando il muro. Nella sua testa una voce che gli pareva circonfusa di luce gli implorava qualcosa. Sentiva subito che non c’era da fidarsi: era una vocetta furba da reparto geriatrico che lo blandiva per consegnarlo nuovamente alla coazione dei giorni disfunzionali che contano le piaghe da decubito agli istanti che approssimano la morte. Gli parlava da dietro tutti gli infiniti veli dell’ottundimento. Il sartiame accasciato dei cunicoli celebrali lo sprofondava nella fissità vuota dello sguardo. Induriti, i canali del cuore gli conservavano qualche delusione come la cosa più cara custodita in una casa vuota. Come un bambino aspettava il mistero nella promessa di esistere in una forma futura che lo negava per quello che era adesso. Si domandò allora cosa fosse per lui un’ultima possibilità a quel punto della sua storia personale. Non aveva una risposta da darsi. A volte si lasciava sfuggire una maledizione e il tempo non gli passava. Il sole sedeva nelle crepe dell’asfalto, innaffiava tutto della luce d’estate. Nel primo pomeriggio, nei giorni di festa, in quegli angoli del perimetro urbano non c’era nessuno. Solo caldo, muretti, cortili assonati, giardini pubblici vuoti. I gabbiani volavano intorno al mercato posandosi sopra i secchioni per cercare nella spazzatura gli avanzi commestibili. Aveva paura quando li vedeva volteggiare sopra la sua persona, perché a volte gli succedeva che una macchia di liquame piovesse dall’alto appena poco distante da lui per allargarsi impattando al suolo con tutto l’aspetto e l’estensione di un uovo al tegame senza tuorlo. Tutto quello che poteva fare era accellerare il passo e sperare che non lo imbrattassero mai. Sperare… La buona fede non ci preserva dalla trascuratezza, gli diceva la voce nella testa. Forse non era semplicemente dentro, ma dentro sopra, piovendo dall’alto come la cacca degli uccelli.

Precedente Successivo