Il sentiero serpeggia in salita verso il cancello che concede allo spazio del colpo d’occhio dal basso una spalla del villino addosso alla rupe, la schiena di un gigante brunito scalata da una vegetazione scarmigliata. Si sente la terra ribollire sotto i piedi quando la attraversano i treni. Ho asciugato il serbatoio delle parole con la stanchezza del corpo, dove Il suo ramo è un argano che appartiene all’istante del tentativo di sollevarsi da sé, ma rigetta un’aluccia con cinque dita che non lo farà volare, pigra come lo sguardo non voltato verso l’ombra che sembra passare alle spalle quando la casa è vuota e ti piace sorprenderti con un accenno gattesco di smorfia beffarda che prende forma nel pensiero: “i ninja, sono i ninja”. Da ragazzino, di notte, avevo la turba che i personaggi dipinti sulla tela alla parete del corridoio mi spiassero dagli angoli della porta della stanza da letto. Erano degli ominidi nerboruti e tozzi, un gradino dell’evoluzione sopra la gente delle caverne. Il gradino peraltro non avevano neppure finito di salirlo, volendo essere proprio onesti, ma c’era la storia di mezzo come una corsa che aveva sorpreso ai blocchi di partenza quei personaggi di una bruttezza nodosa e terrea. Mi pareva di vedere i loro grugni selvatici appesi alla cornice della porta che inquadrava il buio. Oggi un po’ di pentimento vorrebbe farmi riscattare quelle figure favolose che l’incomprensione mi ha inimicato nella fantasia dell’infanzia per farle crescere nelle mia considerazione ammesso, ma non concesso e contemplato in nessuna legislatura di cui si abbia la più remota delle più inquinate notizie, che questo possa arrecargli vantaggio alcuno: ignoro quale sia stata la sorte del dipinto nel corso dei lustri, pure non ho difficoltà a prendere atto che tuttavia non me ne frega proprio una lippa. Che il postumo tentativo di riconciliazione giunga dalla sovrapposizione del paesaggio in cui mi muovo in questo abbioccato pomeriggio di quartiere con quello liberato dal pennello per sedimentare sotto un vetro e di cui ho un ricordo men che vago, ma qualcosa come una generale sensazione che uomo e roccia fossero una cosa e l’insieme fosse tutto rupe?

I commenti sono chiusi.