Un vuoto sciolto, di fumo di stoppa ascendente in spire verso un alto che potrebbe essere tagliato dal soffitto di una stanza o la breve corsa nel loro arrampicarsi sulla superficie di vetro dell’aria delle brume mattutine del fiume, che spengono il sonno dagli occhi e lo sbiadiscono nel velo bolso che gli assomiglia. La biglia d’argento lanciata contro i campanelli che accendono tutte le luci dentro al biliardino del presentimento. Scongiurare il mostro dell’addendo somatizzante. Mi stanca. Perdo tutto il filo di un sogno fatto di una abbastanza esigua quantità di immagini, ma sostenuto da molte parole che raccontano la vita di alcuni inveterati che si trasformano nell’oggetto della loro ossessione: diventano bottiglie di birra. Il sogno finisce nel cozzare dei colli dei vuoti animatisi in un brindisi. Per un breve istante appaiono fantasmatiche le immagini dei volti sorridenti delle persone che quei vuoti furono, come se la loro vicenda li avesse eternamente consegnati in effige alla configurazione di un gruppo di stelle maggiori che rigurgitino brillii di luppoli come vomiti a fiotti di lave/bave schiumose nel buco cesso della infinita notte di generazioni di orde barbariche naviganti l’aspro mare dei pisci obliterati dalle suole. Poi, come un corpo che annega per trascinare il mare alla spiaggia, al rovescio di quell’immagine le acque si sollevano dentro al contorno della realtà e trascinano il mio corpo verso la luce, verso l’orologio con l’indice sopra una cifra bassa del ventaglio antelucano, verso la bocca bianca della caraffa che versa nel fiume sotterraneo. Io in un bar che tento di acquistare dei fazzoletti che non vendono e domando dei tovaglioli mentre mi viene detto di aspettare che finiscano di servire i tè e i caffè, nello stesso istante fa capolino alle spalle della donna che riempie le tazze un uomo a cui rinnovo le mie istanze con sollecitudine perché perdo consistenti quantità di liquido ematico dalle cavità nasali, ovviamente se la cosa non genera eccessivo intralcio alla normale conduzione dell’attività e per via dell’etichetta che mi impone di essere solerte nel tamponamento dei succhi capillari o trascinarmi a finire di sanguinare all’esterno del locale piuttosto che imbrattare i pavimenti. Alla fine ricevo, con affrettata riconoscenza, alcuni quadrati di carta assorbente ripiegata. Tutta questa scena condotta come un pupazzo di paglia che veglia sulla propria ombra in un terreno brullo con gli uccelli che gli mangiano dalla mano, credendo invece di essere un imperioso crocifisso sopra l’altare maggiore. Dalla scuola di fronte arrivano suoni di musica surf suonata sul momento da un complesso. Negli intervalli, peti liberi di sassofono sembrano barriti gravi di terrore metallico.

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