Sono seduto sul letto disfatto, piegato su me stesso. Gli avambracci lungo le gambe, la faccia nelle mani, i gomiti piantati nelle budella. Ho freddo. Non alzo la serranda, tanto qui di luce sufficiente a non accendere nessuna lampada, nemmeno per le minime esigenze di visione, non ne entra neanche in un pieno giorno di piena estate. Fuori sento fischiare il vento. Fischia il ritornello del gelo. Rotola le foglie, fa ballare i panni sugli stenditoi. Metto un bricco con dell’acqua sul fornello. Un beveraggio caldo mi aiuta a resistere con il riscaldamento spento per risparmiare. Ascolto una rassegna stampa alla radio. La sento, per meglio dire. Una parola su tre e anche meno. Mi gratto lungo la colonna vertebrale, dove mi prude con insistenza da diversi giorni.
Il vento spazza ancora le strade di fuori, dietro la serranda adesso abbassata sulla notte. Sono sospeso in attesa di quello che ho da dire/fare di importante, che forse non verrà o magari è già venuto e magari è già andato. Avanzo così dentro al tempo, con raccordi più che con ricordi. Dentro questo rifugio che avvicina i pensieri con il bianco delle pareti cagliato dalle luci gialle, e la musica e le parole e le figure che altri hanno fermato e di cui dispongo in varie forme documentali più o meno destinate alla permanenza. E’ un puzzle a cui tolgo mano a mano le tessere a scoprire uno spazio vuoto di frammenti.

Camminavo per il vialone con il marciapiede invaso dalle foglie secche sui due lati. In quello di sinistra che percorrevo, quatto o cinque persone stavano attorno a un calcio balilla fuori da un bar. Più avanti, all’altezza della rotondetta con la scultura astratta in metallo, una strada sale in alto per allargarsi in cima a trovare lo sbarramento di una chiesa. L’ho sempre guardata dal basso che entrare nelle vie senza uscita mi pare come invadere uno spazio famigliare. La mia timidezza mi spinge al transito, anche quando sono in giro solo per diletto. Pure va detto che questo mio diletto, in fondo, consiste proprio nel transitare. Tutto quello che è intorno mi conserva il mistero della propria vita interiore, alla cui giustificazione brevi fughe dell’immaginazione si interpongono fiorendo nelle corti degli stabili, entro il riparo dei giardini privati dove il passo dello sconosciuto è interdetto. Per l’uomo sono i muri a comandare la storia, una questione di inurbamento. La civiltà abita l’individuo. Io non corro quasi mai. Non ne ho ragione, non ho nemmeno l’allenamento necessario. Non mi interessa. Un uomo della storia, cioè prodotto dalla storia, non corre: corrono i suoi cavalli, le sue carrozze, i suoi motori. Il suo correre è l’anticipare dell’orizzonte. Nemmeno vola. Io non faccio tutte queste cose, vado solo al passo, perciò chissà a che storia appartengo. A volte, quando magari la strada si libera in una breve campagna, guardo il cielo che è come una stasi impossibile da contenere. Ma poco, che poi mi gira la testa.

Nessuna notte
andrò in nessuno zozzissimo posto
che non sia il mio letto,
con un po’ di morte nel cuore
e anche da qualche altra parte.
Nel fagotto della mie budella
col nodo dei pericoli
a imbarcarmi nel sogno
che mi faccia regalare
la fatica che ho di vivere.

Da appunti rivisti…

Avrei voluto uscire. No, forse non avrei voluto, sarei uscito. Ma il tempo era cattivo. Si dice così, come se il tempo avesse una volontà sua. Non ce l’ha. E’ cattivo come io sono uscito (non sono uscito ma in genere esco a fare due passi a dispetto della voglia). Oggi, a dispetto della voglia, sono rimasto a casa. Quello che siamo io e il tempo attiene ai fatti piuttosto che alle intenzioni. Ognuno fa il suo.

Oggi mi sono svegliato con questa frase sognata che credo riferirsi alla sensazione di già vissuto: “il rifiuto della mente del passaggio ad uno stato di transizione al passato cosciente di quello che avverrà”. Mi ha sempre sorpreso come solo nel sonno io sia in grado di concepire in meno di un secondo e con la naturalezza di un rutto dei pensieri così articolati. Nella veglia non sono per nulla così brillante, forse eccessivamente imbrigliato dal mio costante impaccio. Chissà e a chi importa in fondo: a chi e in quale occasione dovrei dire una cagata del genere?

Era più o meno all’epoca di quando la vita aveva il sapore di quegli inizi o di quegli incontri che avrebbero dovuto segnarla per sempre, cioè di quando si poteva a buon diritto pretendere che le delusioni fossero brucianti, ma uno potrebbe limitarsi anche a dire di quando si poteva a buon diritto pretendere, e basta. Un tempo che aveva la grazia di una sigaretta offerta tenendo il pacchetto con il lato del marchio a favore dell’obiettivo in un film a budget limitato, in cui non si faceva economia di eccedenze e le righe si guardavano più spesso dal di sopra. Ovviamente si parla di un orizzonte degli eventi che ancora non si era accorciato, come è normale che sia. Perché man mano che il fruscio delle onde su cui siedo come passeggero alla deriva rimanda l’eco sempre più chiaro del frangersi, allora diventa più nitida l’impressione di un avvicinamento. A cosa? Ma abbiamo lasciato cadere una premessa. L’età dell’oro di cui si accennava al principio. In quell’epoca, si diceva, le ore del sonno mi mostravano, in casi fortunati, approdi favolosi. Mi era chiaro che la definitiva certezza della mia permanenza in quei luoghi, li mutava in luoghi di appartenenza. Mi è capitato di ripensare a quelle visioni a palpebre serrate e di essermi spesso sorpreso a domandare a nessuno: «fammi tornare». Col sonno dei giorni, inseguire il gettone della luce fin quando scioglie oro sul vetro dell’acqua, sul pelo liquido della sfera. Man mano che si consuma, siamo alle spalle dell’alba. A quel punto cercare di ritornare a sognare, fin quando l’orizzonte stesso non è che un piano di sfere nel vuoto, ognuna contenente a sua volta un piano che la taglia a metà e ognuna ruotante in maniera indipendente dalle altre. In questo modo, pur trovandoci su un piano, non è garantita una convergenza dei piani all’interno delle singole sfere che possa assicurare l’ipotetica continuità di un livello.

Passando da un canale a un altro mi imbatto in un film di Philip Marlowe in tv, calzato in questo caso dalla faccia da tosto di Robert Mitchum. Mi piace Marlowe, ha sempre delle battute di spirito fenomenali. Il suo era uno di quegli sguardi che vanno dritti al portafoglio, ad esempio, riferendosi alla occhiata maliarda che gli rivolge la Rampling. Eccezionale! L’intrico è al solito fitto e c’è sempre la buona dose di mazzate incassate, perché Marlowe è sempre lì che le becca e non c’è caso cui venga a capo senza prendere le busse veramente dalla qualunque. Poi non mi sono mai spiegato perché non tiene la porta di quel dannato ufficio mai chiusa, soprattutto in sua assenza. Ogni volta che rientra è come se abitasse nell’ascensore: la serratura è barbarie e due volte su tre ci trova già dentro qualcuno. Simili avventatezze non mancano di nuocere sovente perfino, se non specialmente, ai suoi alleati e ai suoi protetti. Ogni indagine è un crescendo di accoppati che il nostro si tira dietro come barattoli legati al paraurti posteriore della macchina degli sposi. La scia di defunti è la misura della sua marcia verso gli autori della malefatta. Il finale è una festa di pistolettate con la consueta notevole quantità di piombo che viene sparato a caso su traiettorie completamente inutili. L’approssimazione balistica comunque non impedisce a Charlotte Rampling di beccarsi un bel fischione tra le costole dal nostro private eye che, tenuto sotto tiro dal grilletto nervoso della signora, riesce a reimpossessarsi fulmineo dell’arma che gli era stata sottratta evitando per un pelo la puncicata fatale. Alla fine del film si palesa senza imbarazzo che l’investigatore non è manco riuscito a mettersi in tasca i soldi per comprarsi il biglietto della proiezione ed è uscito dal cinema strisciando sotto le poltrone.

Si svegliò in una posizione scomposta che lo faceva sembrare un animale investito e guardando il muro. Nella sua testa una voce che gli pareva circonfusa di luce gli implorava qualcosa. Sentiva subito che non c’era da fidarsi: era una vocetta furba da reparto geriatrico che lo blandiva per consegnarlo nuovamente alla coazione dei giorni disfunzionali che contano le piaghe da decubito agli istanti che approssimano la morte. Gli parlava da dietro tutti gli infiniti veli dell’ottundimento. Il sartiame accasciato dei cunicoli celebrali lo sprofondava nella fissità vuota dello sguardo. Induriti, i canali del cuore gli conservavano qualche delusione come la cosa più cara custodita in una casa vuota. Come un bambino aspettava il mistero nella promessa di esistere in una forma futura che lo negava per quello che era adesso. Si domandò allora cosa fosse per lui un’ultima possibilità a quel punto della sua storia personale. Non aveva una risposta da darsi. A volte si lasciava sfuggire una maledizione e il tempo non gli passava. Il sole sedeva nelle crepe dell’asfalto, innaffiava tutto della luce d’estate. Nel primo pomeriggio, nei giorni di festa, in quegli angoli del perimetro urbano non c’era nessuno. Solo caldo, muretti, cortili assonati, giardini pubblici vuoti. I gabbiani volavano intorno al mercato posandosi sopra i secchioni per cercare nella spazzatura gli avanzi commestibili. Aveva paura quando li vedeva volteggiare sopra la sua persona, perché a volte gli succedeva che una macchia di liquame piovesse dall’alto appena poco distante da lui per allargarsi impattando al suolo con tutto l’aspetto e l’estensione di un uovo al tegame senza tuorlo. Tutto quello che poteva fare era accellerare il passo e sperare che non lo imbrattassero mai. Sperare… La buona fede non ci preserva dalla trascuratezza, gli diceva la voce nella testa. Forse non era semplicemente dentro, ma dentro sopra, piovendo dall’alto come la cacca degli uccelli.

Perché ieri quando in tv hanno domandato, domanda dal sapore tutto retorico e dalla già implicita paternale sull’ignoranza dei giovani, il nome di Garibaldi ho vacillato?
Perché sul punto di dire che l’eroe dei due mondi è Flash Gordon, cugino di quello delle cucine da incubo autore delle cotolette panate surgelate mozzarella e prosciutto, non mi è sovvenuto immediatamente Giuseppe: unificatore pensinsula italica, coniugato Anita, sparato arto inferiore, eretto piazze, strade, monumenti suo onore, incontrato monarca Teano ingiunzione cui il nostro rispondeva con poca fantasia consegnando storia non troppo meritoria ricordo laconica risposta “obbedisco”, e vorrei vedere voi praticare omoerotismo con altrui terga, eroi ma fino a certo punto, eroi il prepuzio. Scorribande pampe con Astor Piazzolla, importato format bisteccheria panorama ristorazione italiana. Giuseppe come l’altro, Mazzini: moti carboneria, giovine Italia, giovine Europa, fronte bellissima, suonava chitarra amava Beatles Rolling Stones, padre Mina millebolleblu bravasonopropriobrava. Giuseppe santo festa papà bignè fritto crema se rivedemo ar cesso. Come possa, a questo punto, la gente che non ha i mezzi sufficienti al discernimento affidarsi all’esoterismo quando, io nel mucchio degli insipienti privi di speme, è talmente ignorante che l’esoterismo diventa una qualità intrinseca della cultura a qualsiasi livello è un problema che attiene l’esoterismo stesso. La latitanza è la migliore soluzione plausibile: aut tace aut loquere meliora silentio. Ecco perché non hanno di meglio che affidarsi al privato, per non sentirsi derubati nella considerazione di sé da chi dovrebbe aprigli gli orizzonti. Però ieri pomeriggio ho visto un programma in tv dove gli ospiti, tutti papabili Nobel e anche nobili, disquisivano col più sublime dei frasari di estetica. Non è necessario specificare che non bisogna incorrere nell’equivoco che si sia manco lungi intuita la più remota possibilità di tangere anche per incidente un discorso di qualche costrutto, ed è meglio così. Però si sono regalate molto allegramente e con molta leggerezza delle perle di ovvietà sulla forma fisica, perché la bellezza, posto che si possa mai sapere di cosa si parla quando la si evoca, quella più la si insegue più ci sfugge. Nella mia testa ritorna un passo dalla biografia di un navigatore spagnolo di cui ho rimosso l’identità: vi si chiosava che aveva abbracciato i modi vita indigeni in quanto arrivato nelle Americhe dall’Europa esacerbato dall’umanesimo quest’ultima.

Il sentiero serpeggia in salita verso il cancello che concede allo spazio del colpo d’occhio dal basso una spalla del villino addosso alla rupe, la schiena di un gigante brunito scalata da una vegetazione scarmigliata. Si sente la terra ribollire sotto i piedi quando la attraversano i treni. Ho asciugato il serbatoio delle parole con la stanchezza del corpo, dove Il suo ramo è un argano che appartiene all’istante del tentativo di sollevarsi da sé, ma rigetta un’aluccia con cinque dita che non lo farà volare, pigra come lo sguardo non voltato verso l’ombra che sembra passare alle spalle quando la casa è vuota e ti piace sorprenderti con un accenno gattesco di smorfia beffarda che prende forma nel pensiero: “i ninja, sono i ninja”. Da ragazzino, di notte, avevo la turba che i personaggi dipinti sulla tela alla parete del corridoio mi spiassero dagli angoli della porta della stanza da letto. Erano degli ominidi nerboruti e tozzi, un gradino dell’evoluzione sopra la gente delle caverne. Il gradino peraltro non avevano neppure finito di salirlo, volendo essere proprio onesti, ma c’era la storia di mezzo come una corsa che aveva sorpreso ai blocchi di partenza quei personaggi di una bruttezza nodosa e terrea. Mi pareva di vedere i loro grugni selvatici appesi alla cornice della porta che inquadrava il buio. Oggi un po’ di pentimento vorrebbe farmi riscattare quelle figure favolose che l’incomprensione mi ha inimicato nella fantasia dell’infanzia per farle crescere nelle mia considerazione ammesso, ma non concesso e contemplato in nessuna legislatura di cui si abbia la più remota delle più inquinate notizie, che questo possa arrecargli vantaggio alcuno: ignoro quale sia stata la sorte del dipinto nel corso dei lustri, pure non ho difficoltà a prendere atto che tuttavia non me ne frega proprio una lippa. Che il postumo tentativo di riconciliazione giunga dalla sovrapposizione del paesaggio in cui mi muovo in questo abbioccato pomeriggio di quartiere con quello liberato dal pennello per sedimentare sotto un vetro e di cui ho un ricordo men che vago, ma qualcosa come una generale sensazione che uomo e roccia fossero una cosa e l’insieme fosse tutto rupe?