Leggo (il da me amato) Saviane, sfoglio vecchi libri illustrati, ascolto molto Strangulated Beatoffs e Shit And Shine delle ultime prove (due gruppi che non hanno paura di nulla e a cui bisognerebbe erigere un monumento). Ho perso l’ennesimo lavoro. Non li conto manco più. Da questa estate non faccio più una mazza a parte rivendere vecchi oggetti pescati qui e là da gente che non sa come disfarsene. Sono ingrassato qualcosa come un chilo e mezzo tutto nell’arco di una nottata e una mattinata, probabilmente per aver mangiato troppe piade di pane azzimo con la verdura fredda avanzata e biscotti di marche ignote. Sto spesso con la luce spenta e ho collegato le casse dell’hi fi direttamente al cellulare, così non mi servo più dell’amplificazione. I mezzi pubblici non li prendo più da un pezzo, tranne in casi di stretta necessità, vado solo a piedi. Mi do sovente al crudismo e mi lavo una volta ogni due o tre giorni. Ho venduto il decoder. La tv a tubo catodico di 20 e rotti anni fa mi è rimasta sul groppone. Tutto per per consumare poco e pochissimo. E’ l’austerità. Mi alleno a vivere con poco. E devo dire che sono anche soddisfatto, penso: guarda un po’ di quanta roba tutto sommato inutile si può fare a meno. E’ possibile. Magari si puzzerà un po’, magari con i termosifoni spenti si potrà avere freddo, non dico di no. E poi mi viene il ghiribizzo di scrivere qui che i social network non mi invogliano per niente ad esprimermi e posso togliermi la soddisfazione di rivolgermi a me stesso dicendo cose inutili di getto, magari neanche mi rileggo.

Adopero il pregevole brano “Practicing to be a doctor” per colorire lo scritto in quanto anello di congiunzione per mezzo di una cover fra i gruppi musicali (?) sopra menzionati.

Quando mi siedo al pc, sulla mia bella sedia da ufficio semovente e girevole senza più braccioli e tutta l’imbottitura ormai sgonfia, mi si infiamma tutto quello che mi si può infiammare. Il colon si attoppa rendendomi bolso e la vescica si comprime con il risultato di farmi puzzare, alla lunga, un po’ come un incontinente, perché (tra l’altro) mi lavo e mi cambio a giorni alterni. Allora, quando esco, mi metto su imbottite lunghe e pesanti sopra maglioni lunghi e pesanti a coprire quasi al ginocchio. Tutto bello abbottonato, me ne vado in giro fin dove mi portano i piedi senza appestare. La mattina ho ripreso a rigirarmi nel letto fino a tardi come quando ero ragazzetto, solo che in realtà, se sommo le ore reali del mio spezzatissimo e intervallatissimo sonno, mi accorgo che non dormo affatto tanto come allora. Comunque, poniamo che mi alzo definitivamente e per l’ultima volta verso le undici. La colazione l’ho già fatta quando mi sono svegliato la prima volta, generalmente ben prima che il sole sorga e dopo essere stato alzato un certo numero di ore la notte. Comincio a pensare a cosa cucinare con poco successo per pranzo, perché appena vengo su dal letto ho fame. Cucino, con risultati alterni tra il male e il male. Faccio i piatti. Se sono più o meno asciutti, tolgo i panni dallo stenditoio e li sistemo in giro fra armadi e cassetti. Non stiro. Pulisco ben poco e senza particolare efficacia. Dopo ho voglia di stare fuori, però cincischio un bel pezzo. Magari mi porto giù i sacchi della spazzatura, che se per ipotesi non trovo i cassonetti straripanti uber alles, forse riesco a buttarli in questo quartiere, non si sa mai. E così vado avanti un po’ come un pensionato sulla soglia della sussistenza, niente affatto infelice, in ultima analisi. Passo per strada cercando di incrociare la vita dove la riconosco com’è sempre stata, un po’ come un quadretto appeso in soggiorno. Uno passa e mi saluta tutto contento: “ciao amico!”, ma io non l’ho mai visto e conosciuto, non lo stavo neanche guardando e a malapena, per la sorpresa, riesco a bofonchiare una risposta, quasi annaspando per ritrovare la mia voce e non replicare in modo da sembrare del tutto ostile, ma con un po’ di spontanea riserva. Quello era contento di salutarmi così, col sorriso, senza nessuna ragione che non fosse l’immediata simpatia, tanto che ci rimango male per lui per la mia reazione torpida. Lui invece procede oltre, con questa sua contenetezza incorruttibile, e io mi domando com’è che non riesco ad essere così, perché sono ombroso e assorto. Ma ognuno è come è, e forse a fare la parte che non gli calza perderebbe credibilità e basta, dovesse anche avere un solo granello di qualità in un deserto di speranza.

Sono seduto sul letto disfatto, piegato su me stesso. Gli avambracci lungo le gambe, la faccia nelle mani, i gomiti piantati nelle budella. Ho freddo. Non alzo la serranda, tanto qui di luce sufficiente a non accendere nessuna lampada, nemmeno per le minime esigenze di visione, non ne entra neanche in un pieno giorno di piena estate. Fuori sento fischiare il vento. Fischia il ritornello del gelo. Rotola le foglie, fa ballare i panni sugli stenditoi. Metto un bricco con dell’acqua sul fornello. Un beveraggio caldo mi aiuta a resistere con il riscaldamento spento per risparmiare. Ascolto una rassegna stampa alla radio. La sento, per meglio dire. Una parola su tre e anche meno. Mi gratto lungo la colonna vertebrale, dove mi prude con insistenza da diversi giorni.
Il vento spazza ancora le strade di fuori, dietro la serranda adesso abbassata sulla notte. Sono sospeso in attesa di quello che ho da dire/fare di importante, che forse non verrà o magari è già venuto e magari è già andato. Avanzo così dentro al tempo, con raccordi più che con ricordi. Dentro questo rifugio che avvicina i pensieri con il bianco delle pareti cagliato dalle luci gialle, e la musica e le parole e le figure che altri hanno fermato e di cui dispongo in varie forme documentali più o meno destinate alla permanenza. E’ un puzzle a cui tolgo mano a mano le tessere a scoprire uno spazio vuoto di frammenti.

Camminavo per il vialone con il marciapiede invaso dalle foglie secche sui due lati. In quello di sinistra che percorrevo, quatto o cinque persone stavano attorno a un calcio balilla fuori da un bar. Più avanti, all’altezza della rotondetta con la scultura astratta in metallo, una strada sale in alto per allargarsi in cima a trovare lo sbarramento di una chiesa. L’ho sempre guardata dal basso che entrare nelle vie senza uscita mi pare come invadere uno spazio famigliare. La mia timidezza mi spinge al transito, anche quando sono in giro solo per diletto. Pure va detto che questo mio diletto, in fondo, consiste proprio nel transitare. Tutto quello che è intorno mi conserva il mistero della propria vita interiore, alla cui giustificazione brevi fughe dell’immaginazione si interpongono fiorendo nelle corti degli stabili, entro il riparo dei giardini privati dove il passo dello sconosciuto è interdetto. Per l’uomo sono i muri a comandare la storia, una questione di inurbamento. La civiltà abita l’individuo. Io non corro quasi mai. Non ne ho ragione, non ho nemmeno l’allenamento necessario. Non mi interessa. Un uomo della storia, cioè prodotto dalla storia, non corre: corrono i suoi cavalli, le sue carrozze, i suoi motori. Il suo correre è l’anticipare dell’orizzonte. Nemmeno vola. Io non faccio tutte queste cose, vado solo al passo, perciò chissà a che storia appartengo. A volte, quando magari la strada si libera in una breve campagna, guardo il cielo che è come una stasi impossibile da contenere. Ma poco, che poi mi gira la testa.

Nessuna notte
andrò in nessuno zozzissimo posto
che non sia il mio letto,
con un po’ di morte nel cuore
e anche da qualche altra parte.
Nel fagotto della mie budella
col nodo dei pericoli
a imbarcarmi nel sogno
che mi faccia regalare
la fatica che ho di vivere.

Da appunti rivisti…

Avrei voluto uscire. No, forse non avrei voluto, sarei uscito. Ma il tempo era cattivo. Si dice così, come se il tempo avesse una volontà sua. Non ce l’ha. E’ cattivo come io sono uscito (non sono uscito ma in genere esco a fare due passi a dispetto della voglia). Oggi, a dispetto della voglia, sono rimasto a casa. Quello che siamo io e il tempo attiene ai fatti piuttosto che alle intenzioni. Ognuno fa il suo.

Oggi mi sono svegliato con questa frase sognata che credo riferirsi alla sensazione di già vissuto: “il rifiuto della mente del passaggio ad uno stato di transizione al passato cosciente di quello che avverrà”. Mi ha sempre sorpreso come solo nel sonno io sia in grado di concepire in meno di un secondo e con la naturalezza di un rutto dei pensieri così articolati. Nella veglia non sono per nulla così brillante, forse eccessivamente imbrigliato dal mio costante impaccio. Chissà e a chi importa in fondo: a chi e in quale occasione dovrei dire una cagata del genere?

Era più o meno all’epoca di quando la vita aveva il sapore di quegli inizi o di quegli incontri che avrebbero dovuto segnarla per sempre, cioè di quando si poteva a buon diritto pretendere che le delusioni fossero brucianti, ma uno potrebbe limitarsi anche a dire di quando si poteva a buon diritto pretendere, e basta. Un tempo che aveva la grazia di una sigaretta offerta tenendo il pacchetto con il lato del marchio a favore dell’obiettivo in un film a budget limitato, in cui non si faceva economia di eccedenze e le righe si guardavano più spesso dal di sopra. Ovviamente si parla di un orizzonte degli eventi che ancora non si era accorciato, come è normale che sia. Perché man mano che il fruscio delle onde su cui siedo come passeggero alla deriva rimanda l’eco sempre più chiaro del frangersi, allora diventa più nitida l’impressione di un avvicinamento. A cosa? Ma abbiamo lasciato cadere una premessa. L’età dell’oro di cui si accennava al principio. In quell’epoca, si diceva, le ore del sonno mi mostravano, in casi fortunati, approdi favolosi. Mi era chiaro che la definitiva certezza della mia permanenza in quei luoghi, li mutava in luoghi di appartenenza. Mi è capitato di ripensare a quelle visioni a palpebre serrate e di essermi spesso sorpreso a domandare a nessuno: «fammi tornare». Col sonno dei giorni, inseguire il gettone della luce fin quando scioglie oro sul vetro dell’acqua, sul pelo liquido della sfera. Man mano che si consuma, siamo alle spalle dell’alba. A quel punto cercare di ritornare a sognare, fin quando l’orizzonte stesso non è che un piano di sfere nel vuoto, ognuna contenente a sua volta un piano che la taglia a metà e ognuna ruotante in maniera indipendente dalle altre. In questo modo, pur trovandoci su un piano, non è garantita una convergenza dei piani all’interno delle singole sfere che possa assicurare l’ipotetica continuità di un livello.

Passando da un canale a un altro mi imbatto in un film di Philip Marlowe in tv, calzato in questo caso dalla faccia da tosto di Robert Mitchum. Mi piace Marlowe, ha sempre delle battute di spirito fenomenali. Il suo era uno di quegli sguardi che vanno dritti al portafoglio, ad esempio, riferendosi alla occhiata maliarda che gli rivolge la Rampling. Eccezionale! L’intrico è al solito fitto e c’è sempre la buona dose di mazzate incassate, perché Marlowe è sempre lì che le becca e non c’è caso cui venga a capo senza prendere le busse veramente dalla qualunque. Poi non mi sono mai spiegato perché non tiene la porta di quel dannato ufficio mai chiusa, soprattutto in sua assenza. Ogni volta che rientra è come se abitasse nell’ascensore: la serratura è barbarie e due volte su tre ci trova già dentro qualcuno. Simili avventatezze non mancano di nuocere sovente perfino, se non specialmente, ai suoi alleati e ai suoi protetti. Ogni indagine è un crescendo di accoppati che il nostro si tira dietro come barattoli legati al paraurti posteriore della macchina degli sposi. La scia di defunti è la misura della sua marcia verso gli autori della malefatta. Il finale è una festa di pistolettate con la consueta notevole quantità di piombo che viene sparato a caso su traiettorie completamente inutili. L’approssimazione balistica comunque non impedisce a Charlotte Rampling di beccarsi un bel fischione tra le costole dal nostro private eye che, tenuto sotto tiro dal grilletto nervoso della signora, riesce a reimpossessarsi fulmineo dell’arma che gli era stata sottratta evitando per un pelo la puncicata fatale. Alla fine del film si palesa senza imbarazzo che l’investigatore non è manco riuscito a mettersi in tasca i soldi per comprarsi il biglietto della proiezione ed è uscito dal cinema strisciando sotto le poltrone.

Si svegliò in una posizione scomposta che lo faceva sembrare un animale investito e guardando il muro. Nella sua testa una voce che gli pareva circonfusa di luce gli implorava qualcosa. Sentiva subito che non c’era da fidarsi: era una vocetta furba da reparto geriatrico che lo blandiva per consegnarlo nuovamente alla coazione dei giorni disfunzionali che contano le piaghe da decubito agli istanti che approssimano la morte. Gli parlava da dietro tutti gli infiniti veli dell’ottundimento. Il sartiame accasciato dei cunicoli celebrali lo sprofondava nella fissità vuota dello sguardo. Induriti, i canali del cuore gli conservavano qualche delusione come la cosa più cara custodita in una casa vuota. Come un bambino aspettava il mistero nella promessa di esistere in una forma futura che lo negava per quello che era adesso. Si domandò allora cosa fosse per lui un’ultima possibilità a quel punto della sua storia personale. Non aveva una risposta da darsi. A volte si lasciava sfuggire una maledizione e il tempo non gli passava. Il sole sedeva nelle crepe dell’asfalto, innaffiava tutto della luce d’estate. Nel primo pomeriggio, nei giorni di festa, in quegli angoli del perimetro urbano non c’era nessuno. Solo caldo, muretti, cortili assonati, giardini pubblici vuoti. I gabbiani volavano intorno al mercato posandosi sopra i secchioni per cercare nella spazzatura gli avanzi commestibili. Aveva paura quando li vedeva volteggiare sopra la sua persona, perché a volte gli succedeva che una macchia di liquame piovesse dall’alto appena poco distante da lui per allargarsi impattando al suolo con tutto l’aspetto e l’estensione di un uovo al tegame senza tuorlo. Tutto quello che poteva fare era accellerare il passo e sperare che non lo imbrattassero mai. Sperare… La buona fede non ci preserva dalla trascuratezza, gli diceva la voce nella testa. Forse non era semplicemente dentro, ma dentro sopra, piovendo dall’alto come la cacca degli uccelli.